Che succede Roger? Dopo un lustro in cui sei stato il Dio del tennis, ora non vinci più. Ok, nei grandi appuntamenti mal che vada arrivi in semifinale, deliziando i tuoi tanti tifosi con tennis d’autore, merce rarissima. Però qualcosa s’è inceppato, anche se ti ostini ad ostentare sicurezza con un aplomb oxfordiano, eccessivo. Il record dei Major di Sampras è lì ad un passo, però mai come oggi sembra un Everest sportivo, perché negli Slam c’è un “toro” che più volte ti ha trafitto a morte. E nel 2009 alla casella vittorie c’è ancora uno zero. Un assurdità per colui che ha riscritto il record book del tennis, ma tant’è. Cosa è successo a questa macchina perfetta? Chi è Federer, come è diventato un mito del nostro sport? Personalmente seguo la sua carriera da 12 anni. Il mio primo “incontro ravvicinato” con quel giovanotto allora pieno di brufoli e con un orribile capello “mesciato” avvenne il giorno di pasquetta ‘98. Firenze il luogo del delitto sportivo, finale U18 contro il baldanzoso Volandri. Arrivai al tennis per Filippo, ma l’occhio fu rapito da Roger, uno Starman con racchetta, sceso da chissà dove per incantare con un gioco d’altri tempi. Mi lasciò senza parole, mulinando con facilità disarmante dritti d’anticipo fuori da ogni logica balistica, il tutto senza apparente sforzo, con un braccio così fluido da parer lento, nonostante l’estremo anticipo. Mi lustrai gli occhi, sul rovescio si va meno bene, per pigrizia nella ricerca della palla. Il servizio era armonioso, poesia. D’impeto esclamai i miei pensieri “Questo qua diventa n.1”, “Maicchétudici” mi ammonì severo il vegliardo di turno. Col senno di poi l’avevo vista giusta. Tornai a casa speranzoso di aver ammirato un futuro campione, in grado di elevare il livello del gioco a dimensioni nuove, mai viste. Un ragazzo con un tennis classico, gesti eleganti, puliti e mai strappati, ma con velocità d’esecuzione e capacità di trovare angoli modernissima; un mix diabolico tra la classicità tecnica dei grandi australiani ed un anticipo agassiano, il tutto con un’elasticità degna del miglior Wilander ma alle velocità del 2000. Il giocatore perfetto, tecnicamente onnipotente. Scacco matto. Eppure c’era qualcosa che non quadrava: era l’atteggiamento in campo, l’esser irascibile, poco concentrato. Quando ha imparato quest’ultima lezione sulla propria pelle, con lavoro e disciplina, è diventato Federer. E per capire questo, facciamo un altro passo indietro, alla sua adolescenza. Non un periodo facile, uno dei peggiori. Decise con la famiglia (sempre al suo fianco, presente e mai invadente) che il tennis era la sua vita, tanto che il padre rinunciò ad un ottimo lavoro in Australia per restare in Svizzera, dove pensava che Roger potesse crescere bene tra istruzione e tennis. Presso l’Old Boys Tennis Club di Basilea lavorava Peter Carter, giovane coach australiano che si prese cura di Roger seguendolo privatamente e poi per la federazione svizzera, trasformandolo da ragazzino indolente in uomo. Si, perché il Roger teenager non era proprio quello che ogni madre vorrebbe per sua figlia. Introverso e poi esplosivo, spesso maleducato, disordinato e caotico, c’ha messo anni a trovare equilibrio, capire che col solo talento non si va da nessuna parte. A 14 anni si spostò a Ecublens (pressi di Ginevra), dove era sito il centro tecnico nazionale. Periodo tremendo: parlava appena francese e si chiuse in se stesso, dimagrì visto che mangiava solo pizza a taglio e dormiva pochissimo, passando le nottate al telefono con la madre e la sorella Diana, spesso tra lacrime e bugie sulla sua condotta. Fa fatica ad alzarsi la mattina, si costruisce una maschera da duro. In allenamento perde sempre, non si impegna e nessuno, nonostante un braccio fatato, credeva che potesse diventare una icona dello sport. Arriva tardi in campo e risponde male, tanto da esser relegato a pulire per settimane gli spogliatoi, tremenda umiliazione per uno col suo piglio. Alla fine si piega, inizia a capire che solo seguendo i consigli di Carter prima e Lundgren poi potrà inseguire il suo sogno, esser il migliore e far fruttare un talento straordinario. Serve self control, fiducia, tanto lavoro fisico perché là fuori si picchia duro. Inizia a vincere. Nel ’98 chiude l’anno con l’Orange Bowl e da n.1 Junior. Seguono le prime uscite sul circuito. A Basilea, 17enne, incrocia la racchetta con Agassi, ed il Kid sentenzia “Questo qua anticipa i colpi in modo pazzesco”. E detto da lui… Esordio in Davis nel ’99, chiedere a Sanguinetti. Però più bassi che alti nei primi anni da pro, perché la classe c’era, la sostanza meno. Mentre i coetanei Hewitt, Safin e Ferrero vincevano e convincevano, Roger restava un oggetto misteriosamente bellissimo. Grandi vittorie (Amburgo su terra, annichilito Safin), tonfi fragorosi. La sostanza dei rivali lo inibisce, gioca sprazzi irraggiungibili, ma poi non regge. Manca ancora la fiducia in se stesso, indispensabile a mantenere a lungo il picco di prestazione. Nel 2002 la morte per un incidente stradale di Carter lo segnerà profondamente, sarà una scossa violenta, che renderà chiare le parole dell’amico Peter sulla strada da prendere. E’ la svolta, qualcosa scatta. Roger è sempre più presente, anche fisicamente. Lo sguardo sempre più serio, cupo. Inizia una vita da “freak control”, tutto è studiato perché possa rendere al meglio, seguito passo passo da Mirka, oggi sua moglie ed a brevissimo madre del suo primogenito. L’esplosione arriva a Wimbledon nel 2003, il primo Slam, torneo pefetto. Torniamo ancora indietro, stavolta di due anni. Sul sacro prato del centrale londinese, lunedì 2 luglio 2001, si scrisse una pagina di storia del tennis: Roger batte Sampras 7-5 al quinto set, match fantastico. E’ il passaggio di consegne. Ci vorranno ancora due anni per consacrarlo campione, ma alzata quella coppa Federer è diventato Il tennis, ha incarnato l’essenza di questo sport. Dal 2004 al 2007 è stato a tratti imbattibile (11 slam in 4 anni!), tanto da scoraggiare in partenza la pugnacità dei malcapitati di turno, fin troppo docilmente genuflessi al suo strapotere, all’aura che emanava. Tanti sarebbero gli episodi da citare. Uno a casaccio: contro Roddick sul cemento Usa annullò 7 palle break su 7 con altrettanti Ace. Sicuro in ogni colpo, meno funambolico e più razionale, s’è costruito negli anni un tennis meno proiettato a rete e più ancorato a servizio e dritto, migliorando nella fase difensiva e sul lato sinistro, con una varietà di colpi e soluzioni enciclopedica. L’apoteosi poteva esser il Roland Garros 2006, l’anno in cui Roger è andato più vicino a vincere l’unico major che manca nel suo palmares. Strappò di forza il primo set a Nadal, ma poi si smarrì. Quel treno forse non ripasserà più, resterebbe l’unica macchia di una carriera perfetta. La Perfezione. Questa la chiave della carriera di Roger, il pungolo che oggi lo limita mentalmente. Non riesce ad accettare che ci sia qualcuno in grado di batterlo, qualcuno che è riuscito a trovare una chiave tecnica in grado di metterne a nudo le pochissime debolezze. Dopo un così lungo impero, è umano tirare il fiato. Inoltre il gioco di Nadal, tutto grinta e vigorose toppate mancine, è perfetto per destabilizzare il talento di Federer e la sua scarsa lucidità tattica. Le ripetute sconfitte nelle loro sfide hanno incrinato qualcosa. Federer negli anni ha creato un “Mostro” dominando la sua epoca come mai nessuno prima, un mostro di cui è diventato lui stesso schiavo. Sampras accettò i suoi limiti, e lavorò per migliorare i punti di forza e rendere il suo tennis inespugnabile. La sfida, caro Roger, sarà questa: per continuare a vincere e reggere l’impatto degli arrembanti giovani è necessario metter da parte le mire di perfezione, accettare novità; cambiare routine che non funzionano più, ripartire non da zero ma dai punti fermi, cercando una rotta nuova, visto che la antica ti sta portando in acque tempestose. Parlare di te oggi non è facile, perché la tua carriera appare ad un bivio. Novello sposo, figlio in arrivo, una valanga di titoli, hai ancora fame Roger? Ma soprattutto, sei capace di accettare che le cose sono cambiate, che non sei più il numero1, e che devi azzerare tante ex-certezze per ripartire? Rinnovarti, con l’aiuto di UN coach serio che ti possa guidare in questa irta salita? Questa è la sfida, è lì dentro di te. Non c’è palla break più pericolosa che chiuderti dentro ad un irrealistico mondo che non esiste più. Là fuori in tanti schiumano di rabbia per un tennis sempre più violento e robotico. Non ci abbandonare proprio ora, Roger.
Marco Mazzoni