C’è da qualche parte qualcuno che può sostenere d’aver previsto fin dall’inizio che gli U.S. Open 2009 avrebbero potuto concludersi così, con la vittoria di mamma Kim Clijsters e Federer schiantato proprio sul più bello da Juan Martin Del Potro? Se c’è, alzi la mano.
Onestamente, il mio pronostico era ben diverso, con Roger a vincere in carrozza e Serena Williams a ribadire ancora una volta d’essere la vera numero 1. Invece…
Invece dal cilindro è uscita mamma Kim, una che fino all’esibizione per la copertura del campo di Wimbledon aveva scelto d’essere ormai fuori dal tennis. Pare che l’atmosfera londinese l’abbia contagiata al punto di scoprire proprio lì che era cosa buona e giusta tornare a competere. Detto e fatto: due tornei di prova e poi sotto con gli U.S. Open. Per capire se la Clijsters poteva essere ancora la Clijsters, dopo gli infortuni, le nozze e la maternità. Dopo la malattia e la morte del padre.
Per capire se il tennis poteva essere ancora un pezzo di vita voluto e ambito. A giudicare dai sorrisi sciorinati dopo ogni prova, dal tenero show con la figlia Jada durante la premiazione di Flushing, dubbi ce ne sono pochi: se Kim era tornata per divertirsi, non c’è dubbio che ci sia riuscita. Molto meno si sono divertite le sue avversarie, spesso sballottate dai fendenti che non sono pressoché cambiati da quando la Clijsters era la numero 1 al mondo. Di Serena Williams non c’è molto da dire e per di più si finisce sempre col sottolineare la sua conclusione di torneo: il molto presunto fallo di piede, le presumibili minacce e la certa cacciata dopo il penalty point che ha sancito una sconfitta imprevista e bruciante. Serena aveva estromesso la
nostra fantastica Flavia Pennetta, Top Ten tutt’altro che per caso. Si guardino gli appoggi della brindisina, le geometrie che sceglie, la sicurezza con cui ora si propone per capire quanto e come la nostra sia cresciuta. Il match con la Zvonareva – per pathos e risultato – è stato notevolmente notevole, ma per capire meglio chi sia oggi Piccola Penna si controllino i perentori score con i quali s’è liberata di certe avversarie nei turni precedenti.
Del torneo maschile in molti credevamo davvero che alla fine ci sarebbe stato ben poco da dire, proiettati a cantare la più che certa vittoria di Roger Federer. Rogi sembrava finalmente smagato. Sembrava davvero che dopo la vittoria al Roland Garros la “reconquista” di Wimbledon fossero sparite d’incanto tutte le pesanti zavorre psicologiche che avevano impedito a Federer di essere sempli-
cemente Federer, il migliore. Poche volte l’avevamo ammirato così ispirato: reinventore del back assassino di rovescio, fantastico nell’accelerare la testa della racchetta per andare a chiudere diritti sempre più pesanti: insomma, in una parola sola perfetto. Quando poi ha giocato quel punto che l’ha condotto al match point con Nole… Fantastico. Almeno sino al 6-3 3-1 della finale, con Del Potro che sembrava destinato a recitare la parte del toro schiumante nell’arena, senza possibilità alcuna di scansare l’unica possibile sorte. Invece, fallite le possibilità di issarsi a 4 a 1, palla dopo palla, è tornato a farsi strada il Federer che con sicumera pretende di giocare senza tener conto della tattica più opportuna. Così ha provato a fare a pallate con Del Potro e dai e dai è riuscito nella non facile impresa di perdere un match che sembrava solo da incartare e da portare a casa.
Lo so, questo può sembrare riduttivo per Juan Martin che invece merita ogni apprezzamento: è giovane e forte, non trema e nessuno adesso tira come lui il diritto e il servizio. E’ serio, umile e capace, può davvero essere molto di più d’una mina vagante tra i Top Five. Nel momento in cui Murray e Djokovic sembrano aver arrestato il moto di crescita, nel momento in cui Nadal si lascia purtroppo apprezzare soprattutto per il fair play col quale affronta guai e sconfitte, l’unica alternativa valida a Federer è proprio Juan Martin Del Potro che ora, salido campeon, è e sarà ancora più forte più sicuro.